Prima di partire, ci avevano dipinto il Marocco come l'avamposto della modernità, un miraggio ormai quasi più europeo che africano. Cinquantadue giorni dopo, riemersi da questo intenso bagno di realtà, possiamo confermare che l'utopia occidentale tanto sbandierata sui social è, per l'appunto, un'utopia. Ma non siamo qui per tenere lezioni di per elargire verità assolute; prendete queste righe come il diario di bordo di chi ha smesso di credere alle favole di Instagram.
Se dovessimo trovare un paragone storico calzante possiamo paragonare il Marocco con Italia del boom economico degli anni Sessanta, ma senza il tipico estro nostrano e con molta più sabbia sotto i tappeti. Questa espansione è dovuta in gran parte agli ingenti finanziamenti europei per la gestione dell’immigrazione clandestina, e più in generale ai fondi internazionale per gli ammodernamenti infrastrutturali necessari per ospitare la Coppa D’Africa (appena conclusa) e i mondiali di calcio nel 2030. Eppure, grattando la patina lucida, emerge una disparità sociale vertiginosa. Accanto al lusso di alcuni quartieri nelle città prospera una povertà disarmante in moltissimi altri luoghi, dove l'acqua potabile è ancora un lusso e le norme igieniche sono considerate più che altro dei simpatici e trascurabili suggerimenti.
Passeggiando, capita di ammirare quarti di bue romanticamente esposti allo smog cittadino, o cucine di ristoranti a cielo aperto che custodiscono il segreto dell'immunità di gregge, non avendo presumibilmente mai incrociato una spugna in vita loro. Per non parlare dei pittoreschi roghi di spazzatura a bordo strada, della disinvolta macellazione a vista di polli e tacchini a pochi centimetri dai loro simili ancora vivi e di quel brivido di adrenalina pura che ti regala il traffico locale, un ecosistema affascinante dove i concetti di revisione auto, sicurezza e inquinamento non sono mai pervenuti.
Sia chiaro, non vogliamo fare la paternale da perfetti turisti con la puzza sotto il naso; d'altronde, per trovare spazzatura creativa o buche stradali da competizione, ci basta fare un giro nella nostra amata Roma. Il punto è smontare la narrazione stucchevole dei "travel blogger" in cerca di facili visualizzazioni, quelli per cui se non sei in un posto esclusivo sei un disadattato. Il ministero del turismo Marocchino vanta poi un ufficio marketing fenomenale. Riescono a vendere tour di una settimana proponendo mete distanti tra loro quanto Venezia e Palermo, creando l'illusione di un Paese romantico, accessibile e infinitamente ospitale. E se sul fattore economico possiamo in parte concordare, a patto di chiudere un occhio sulla qualità di ciò che si acquista e sui salari da fame dei lavoratori locali, sull'ospitalità dobbiamo aprire una parentesi dolorosa.
Abituati all'accoglienza disinteressata di altri angoli del Medio Oriente di estrazione musulmana, dove l’ospite è molto più che sacro e uno sconosciuto ti offre il suo pane fresco per pura gentilezza nonostante sia evidentemente più povero di te, l'ospitalità marocchina ci è parsa leggermente diversa. Diciamo che il turista medio è visto come un comodo sportello bancomat con le gambe. L'approccio dei venditori locali e delle pseudo guide turistiche, forgiato forse dagli stessi tristi che in passato elargivano mance come pioggia nel deserto, sfiora a tratti il sequestro di persona. Al primo "Bonjour, ça va?" rispondi con cortesia, e un attimo dopo ti ritrovi invischiato in una ragnatela commerciale da cui puoi uscire solo comprando un tappeto o beccandoti un colorito insulto poliglotta. Anche la nobile arte della contrattazione, un tempo fiore all'occhiello dei suk, si è trasformata in un'imposizione a senso unico: tu sei il turista, tu hai i soldi, tu paghi a prezzo pieno. Persino chiedere un'indicazione stradale rischia di trasformarsi in una transazione finanziaria di cinque euro, a meno che non abbiate la fortuna di incrociare un poliziotto. E fate molta attenzione al momento del resto: i calcoli matematici godono di una licenza poetica che pende magicamente sempre e solo a favore del venditore.
Ma, in fondo, c'è della bellezza persino in questo caos. Se riuscite a sopravvivere all'assalto delle finte guide turistiche e dei ragazzini di città che ormai pretendono dirham invece delle care vecchie penne a sfera, scoprirete panorami che tolgono il fiato. Montagne dalle sfumature irreali, deserti di dune sconfinati, minuscole scuole rurali tenute con un decoro commovente e palmeti in cui perdersi dimenticando per un attimo la frenesia moderna. Abbiamo persino mangiato bene, adottando la saggia tecnica di gustare ogni piatto spegnendo del tutto le funzioni cerebrali deputate all'analisi della conservazione degli alimenti. È stato un viaggio nel tempo, tra bambini che giocano ancora per strada senza schermi tra le mani e l'indiscussa faccia tosta dei gatti: gli unici, veri e sfacciati padroni di questa Nazione.
Tirando le somme, alla fatidica domanda se il Marocco ci sia piaciuto, rispondiamo con un cauto sì. Ci torneremo presto? Direi di no, il mondo è grande e c'è molto altro da vedere. Consigliamo di andarci? Certo, ma lasciando a casa gli occhiali rosa dei social media se si vuole vedere il vero Marocco e non solo quello patinato da cartolina.
E per chiudere con una piccola nota di orgoglio campanilista: il Marocco è immenso, grande una volta e mezza l'Italia, eppure in meno di due mesi ne abbiamo setacciato quasi ogni angolo di interesse turistico, per quanto a volte ripetitivo. Da noi, in quattro mesi filati, a malapena finisci di esplorare il Sud. Forse, prima di inseguire l'esotico a tutti i costi, dovremmo ricordarci che abitiamo in un concentrato di storia, arte e bellezza senza eguali al mondo. Anche se, ammettiamolo, facciamo sempre del nostro meglio per dimenticarcelo.
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