Ci sono momenti, nella vita nomade a bordo di un van, in cui la filosofia spicciola lascia il posto a riflessioni di un pragmatismo disarmante. Spesso ci si interroga, tra un caffè vista scogliera e un rabbocco d’acqua, su quale sia il reale valore dell’Unione Europea, quel concetto astratto che risuona nei telegiornali ma che sembra così lontano dalla polvere delle strade.
Per chi ha scelto di fare del mondo la propria casa, tuttavia, l’Europa non è un’istituzione, ma una benedizione tangibile. È la libertà di non dover esibire passaporti a ogni cambio di accento, l’assenza di calcoli matematici per comprendere il valore di una cena grazie alla moneta unica e la fine dell’ansia da roaming che un tempo ci rendeva schiavi di wi-fi precari. Ricordiamo ancora con una punta di fastidio l’ansia burocratica necessaria per portare Bartolo oltre i confini del Marocco, tra assicurazioni stipulate in uffici improvvisati e infiniti controlli alla dogana. Eppure, quelle che potremmo definire frivolezze logistiche impallidiscono di fronte a una prova del nove ben più complessa che abbiamo dovuto affrontare proprio oggi: l’integrazione del sistema sanitario. Se in Marocco avevamo saggiamente sottoscritto un’assicurazione privata, sperando con tutto il cuore di non doverla mai testare, la Spagna ci ha offerto l’occasione per sperimentare la realtà del pronto soccorso pubblico.
Nulla di drammatico, sia chiaro, ma la biologia non rispetta i calendari delle festività e una cistite ha deciso di farci visita proprio nel bel mezzo della “Semana Santa”. In terra iberica la farmacia non transige, niente prescrizione medica, niente farmaci. In teoria la soluzione sarebbero i “Centri de Salud Publica”, quegli ambulatori di prossimità che punteggiano il territorio, ma la devozione religiosa qui è una cosa seria e le serrande abbassate per le celebrazioni ci hanno costretto a puntare dritti verso il pronto soccorso dell’ospedale universitario.
Forse la fortuna ci ha guidati verso l’eccellenza della sanità spagnola, o forse è semplicemente così che dovrebbe funzionare un mondo civile. Sta di fatto che veder spalancarsi le porte di un’accettazione deserta è stato il primo shock culturale. In soli quattro minuti la registrazione era conclusa grazie alla semplice esibizione della tessera del codice fiscale, quella magica card che ci qualifica come cittadini del Sistema Sanitario Nazionale Europeo. Il tempo di accomodarsi in una sala d’attesa che trasmetteva un’insolita sensazione di ordine e, dopo appena otto minuti, il triage era già un ricordo. C. è stata visitata e sottoposta all’esame delle urine con una rapidità che definirei quasi futuristica. Passano altri sette minuti e compare la dottoressa, una professionista di una gentilezza squisita che, tra una diagnosi e l’altra, ha trovato persino il tempo di consigliarci qualche tappa imperdibile nei dintorni per il nostro viaggio.
L’efficienza del cronometro non mente: varcata la soglia alle 11:52, alle 12:25 la pratica clinica era virtualmente chiusa, tutto gestito tramite un codice identificativo univoco assegnato al momento dell’ingresso. Abbiamo atteso circa mezz’ora per la conferma definitiva dei risultati delle analisi e la relativa ricetta, il tutto in un ambiente moderno, luminoso e, dettaglio non trascurabile per chi vive on the road, senza dover sborsare un solo euro. C’è però un dettaglio che mi ha colpito profondamente e che parla di una concezione dell’assistenza profondamente diversa dalla nostra: l’uso costante del plurale. Durante ogni fase della procedura io sono stato presente. Non come un intruso tollerato, ma come una parte integrante del processo di cura, laddove nei nostri ospedali sarei stato confinato dietro una porta chiusa in un corridoio asettico.
È stata un’esperienza che nulla ha a che fare con il fascino del viaggio in sé, ma che riconcilia con l’idea di appartenenza a una comunità più grande. Speriamo vivamente che Bartolo non debba mai più sostare nel parcheggio di un ospedale, ma oggi, tra una ricetta medica e un sorriso della dottoressa, abbiamo gridato con convinzione un sincero viva l’Europa.




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