ESSAOUIRA
Ogni mattina, con la pazienza che solo due cinquantenni temprati da chilometri di asfalto e saggezza possono nutrire, ci immergiamo nel rutilante mondo dei social. Tra gruppi Facebook di camperisti entusiasti e bollettini governativi che rasentano la beatificazione del paesaggio, ci siamo chiesti spesso dove fosse finito quel Marocco celestiale, quel paradiso terrestre descritto dai turisti della domenica. La risposta è arrivata oggi, cristallina come l'acqua di una piscina a sfioro, proprio mentre il nostro fidato Bartolo ci portava verso la costa. Abbiamo trascorso la notte in un campeggio che definire tale è riduttivo: un'oasi di efficienza poliglotta nel bel mezzo del nulla cosmico, dove il Wi-Fi scorreva più fluido dell'acqua potabile, quest'ultima curiosamente assente. È stato il preludio perfetto per l'illuminazione ricevuta a Essaouira, la perla dell'Atlantico, un luogo che sembra essere stato progettato da un abilissimo scenografo per compiacere l'occhio occidentale.
Fino a ieri, il nostro viaggio è stato un corpo a corpo con la realtà cruda delle strade secondarie, delle medine dove l'igiene è un concetto filosofico astratto e dove gli sguardi della popolazione locale ci trafiggevano come se fossimo sbarcati da Marte con un bancomat tatuato sulla fronte. Ma Essaouira gioca un altro campionato. Qui, l'antica Mogador — così la chiamavano i portoghesi quando nel XVI secolo ne fecero un bastione fortificato — sembra aver rimosso ogni traccia di quel disagio che avevamo imparato a conoscere a Casablanca o nei vicoli meno nobili di Rabat. Passeggiando tra le sue mura bianche e blu, ci siamo ritrovati circondati da una pulizia quasi sospetta e da una calma surreale, interrotta solo dal richiamo dei gabbiani che qui, a differenza dei loro cugini di città, sembrano avere un contratto sindacale con i pescatori.
La medina di Essaouira è un gioiello patinato dove l'artigianato non urla ma seduce, e dove il costo di una tajine raddoppia miracolosamente rispetto alla capitale, giustificato probabilmente dal fatto che qui nessuno ci guarda come alieni. È un Marocco edulcorato, che parla francese, inglese e persino un italiano d'ordinanza, perfetto per chi vuole l'avventura senza rinunciare al comfort della propria zona di sicurezza.
Persino il porto, con le sue iconiche barche di legno blu e il mercato del pesce, trasuda un romanticismo amabile nonostante gli scarti e l'odore pungente. Abbiamo osservato con una punta di sarcasmo i turisti entusiasti davanti alle bancarelle di frutti di mare, chiedendoci quanti di loro sopravvivrebbero dieci minuti nelle zone “NO HACCP" che abbiamo attraversato nei giorni scorsi.
È affascinante come la storia di questa città, un tempo porto franco e crocevia di culture ebraiche, arabe e berbere, si sia trasformata oggi in una bolla protetta, un set cinematografico a cielo aperto dove tutto è incredibilmente invitante e altrettanto finto. Abbiamo visto più viaggiatori in un pomeriggio qui che in tutto il resto del nostro itinerario, tutti impegnati a fotografare la stessa "autenticità" prefabbricata.
È un Marocco bellissimo, accattivante e senza dubbio interessante, ma abbiamo la netta sensazione che sia solo una maschera ben riuscita, un miraggio di porcellana che nasconde l'anima polverosa, difficile e meravigliosamente disordinata del paese che stiamo scoprendo a bordo di Bartolo. Una giornata piacevole, certo, ma che ci lascia con la consapevolezza che la verità non si trova dove le strade sono pulite, ma dove il caffè si beve ancora all'ombra di un muro scrostato, lontano dai menu tradotti in quattro lingue.
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