OUALIDIA
Dopo aver solcato l’asfalto tra Rabat e Casablanca con la grazia di chi cerca di sopravvivere a un flipper impazzito, abbiamo deciso che era giunto il momento di deporre le armi. La tensione accumulata si tagliava col coltello, o forse era solo lo smog della metropoli che ci era rimasto appiccicato ai polmoni. Puntando la prua del nostro camper verso Safi, abbiamo optato per una sosta rigenerante lungo la costa, capitolando finalmente di fronte all'idea di un campeggio a pagamento. Per noi, abituati alla spartana libertà delle soste selvagge e a un’ascesi degna di un eremita del deserto — eccezion fatta per un paio di notti a Catania che preferirei dimenticare per coerenza narrativa — si tratta di un evento epocale.
In Marocco, la democrazia delle aree sosta comunali gratuite a cui l'Europa ci ha viziati è un miraggio lontano quanto una pioggia rinfrescante nel Sahara. Qui la logistica del camperista medio si scontra con una realtà pragmatica: o paghi, o impari a farti bastare l’umidità dell’aria. Il nostro primo tentativo di approdo si è trasformato in una scena degna di un documentario sui grandi fallimenti del fuoristrada, con il camper che tentava di mimetizzarsi in una palude di fango degna delle peggiori rotte carovaniere del Medioevo. Per un momento ho temuto che il veicolo decidesse di mettere radici definitive, trasformandosi in un'installazione artistica post-moderna sulla costa atlantica. Per fortuna, la sorte ha deciso che non era ancora il momento di trasformarci in residenti fissi del fango marocchino.
Siamo quindi approdati alla struttura successiva che, per i nostri standard attuali fatti di polvere e razionamento idrico, appare come un hotel cinque stelle superior con tanto di maggiordomo immaginario. La vera epifania, però, non è la piazzola in bolla, ma la barriera linguistica che finalmente si incrina: i gestori biascicano qualche parola di inglese, un miracolo laico in questa terra dove il francese domina incontrastato e l’arabo ci osserva con distacco. Siamo circondati da una selva di camperisti francesi e tedeschi, tutti intenti a lucidare i propri mezzi con teutonica precisione, mentre noi, unici rappresentanti del tricolore, godiamo dell'esotismo di essere la minoranza etnica della serata.
Questa oasi di civiltà ci costa la folle cifra di sei euro per il pernottamento, a cui ne abbiamo aggiunti dieci per farci servire la cena direttamente a bordo, un privilegio che farebbe impallidire i pacchetti all-inclusive dei resort più blasonati. Mentre attendiamo che il cibo arrivi, rifletto sul fatto che Safi ci aspetta domani con la sua celebre ceramica e la sua fortezza portoghese del sedicesimo secolo, la Ksar El Bahr, che sfida l'oceano da seicento anni. Ma stasera la storia può attendere. Stasera l'unica cronaca che conta è quella di un serbatoio d'acqua finalmente pieno e di un pasto caldo che non richiede l'accensione di un fornello da campo.
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