SAFI
La nostra discesa verso il sud del Marocco prosegue con quel ritmo sincopato che solo le strade costiere secondarie sanno regalare: centotrenta chilometri di puro equilibrismo emotivo. Da una parte, l'idillio di scogliere a picco e campi coltivati che sembrano dipinti da un impressionista sotto allucinogeni; dall’altra, l’improvviso attraversamento di una zona industriale che parrebbe il set di un film distopico, dove le raffinerie dominano il mare e i camion banchettano con l’asfalto, lasciando dietro di sé crateri degni di una missione lunare. Ma in questo viaggio abbiamo imparato che il "bello" è un concetto relativo, spesso separato dal "pessimo" solo da una nuvola di fumo nero di scappamento.
Ci siamo concessi una sosta a Safi, la capitale indiscussa della ceramica Marocchina, dove la celebre Colline des Potiers prometteva meraviglie artigianali tra forni storici e botteghe. Devo essere onesto: la vista dall'alto di quell'agglomerato di case rosse nell'angolo della città ha il suo fascino cromatico, ma l'entusiasmo si stempera rapidamente una volta a terra. La realtà odierna di Safi è purtroppo segnata da una ferita profonda. Le recenti e devastanti bombe d’acqua hanno trasformato la medina in un teatro di fango e detriti. È un colpo al cuore vedere i negozianti impegnati in uno svuotamento disperato delle loro botteghe, mentre aleggia ancora l'eco tragica dei cento caduti sorpresi dalla furia del fango. Safi, che un tempo fu un importante scalo portoghese e centro di resistenza contro l'occupazione coloniale, oggi combatte una battaglia molto più terrena contro il clima impazzito.
Tuttavia, paradossalmente, proprio in questo scenario di strade a metà tra il rally e il sentiero per muli, la mia percezione del genere umano locale sta subendo un insperato restyling. Sarà che ci siamo lasciati alle spalle il cinismo delle grandi metropoli, ma qui la gente sembra aver riscoperto il concetto di cortesia. I bambini salutano con un entusiasmo che in Italia riserviamo solo alle celebrità, e persino i piloti di motocarrozzette e carretti — solitamente impegnati in manovre kamikaze — ci cedono il passo nei tratti più disastrati con una galanteria d'altri tempi. Persino la fauna locale dei parcheggiatori abusivi e degli instancabili cacciatori di valuta turistica sembra aver smussato gli angoli, offrendo un sorriso insieme al tentativo di svuotarti le tasche. In fondo, è un commercio di umanità: noi diamo loro una storia da raccontare e qualche dirham, loro ci restituiscono la sensazione di non essere solo dei bancomat su ruote.
Certo, la vigilanza deve restare ai massimi livelli: i posti di blocco spuntano come funghi dopo la pioggia e i cartelli stradali sono considerati, nel migliore dei casi, dei suggerimenti astratti. Si passa da un asfalto vellutato a una pista sterrata senza alcun preavviso, quasi fosse un test di riflessi imposto dal destino.
Abbandonata Safi e i suoi spettri di fango, abbiamo ripreso la nostra marcia trionfale verso sud, costeggiando l'Atlantico con la stessa baldanza di un esploratore del Settecento, ma con molta più preoccupazione per i giunti del camper. La meta finale è Essaouira, la città dei venti e dei bastioni che un tempo i portoghesi chiamavano Mogador, ma per oggi abbiamo deciso di concederci un’altra sosta intermedia in un campeggio che, sulla carta, prometteva idillio e ristoro.
La realtà, come sempre in questo angolo di mondo, ha deciso di declinare il concetto di "accessibilità" in modo squisitamente creativo. Per raggiungere il nostro agognato rifugio, abbiamo dovuto affrontare una via d'accesso che definire "strada" sarebbe un insulto alla categoria: un tracciato talmente accidentato e surreale da far sembrare la Parigi-Dakar una tranquilla domenica in un parcheggio del supermercato. Il nostro mezzo ha danzato tra buche e sassi con la grazia di un elefante su un tappeto elastico, mentre ogni suppellettile interna intonava un coro di lamenti metallici. Se le sospensioni avessero una voce, a quest'ora starebbero probabilmente chiedendo asilo politico in un'officina svizzera.
Eppure, c'è una sorta di perversa soddisfazione nel superare questi test di resistenza meccanica e psicologica. Arrivare a destinazione interi, senza aver perso pezzi di carrozzeria lungo il tragitto, conferisce un'aura di invincibilità che solo il camperista temprato dal Marocco può comprendere. Ci troviamo ora in questa bolla di relativa quiete, a pochi passi da una costa battuta dai venti che, secoli fa, attirò i fenici per la preziosa porpora ricavata dai murici delle isole dirimpettaie. Domani ci tufferemo nel bianco e nel blu della medina di Essaouira, tra il richiamo dei gabbiani e l'odore del legno di tuia intagliato. Stasera, però, il programma prevede solo il silenzio dell'oceano e il controllo dei bulloni, sperando che la strada di domani sia, se non perfetta, almeno vagamente imparentata con il concetto di asfalto.
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