Casablanca
Il giorno seguente ci svegliamo all'alba, ancora frastornati dai ritmi tribali della sera prima, con un solo obiettivo: la Moschea di Hassan II. Decidiamo di arrivarci a piedi. Ufficialmente "per vivere meglio la città", ufficiosamente perché l'idea di ributtarmi nel girone dantesco del traffico di Casablanca e cercare un altro parcheggio mi faceva venire l'orticaria.
Per la modica cifra di 140 dirham a testa, entriamo nell'unica moschea visitabile del Marocco. Un'opera titanica, inaugurata nel 1993 per i sessant'anni di Re Hassan II e disegnata dall'architetto francese Michel Pinseau, che non ha decisamente badato a spese. Qualche dettaglio per inquadrare la situazione:
- Le dimensioni: Terza moschea più grande al mondo, capace di ospitare 105.000 fedeli (25.000 dentro, 80.000 fuori).
- Il faro spirituale: Un minareto di 210 metri che di notte spara un raggio laser dritto verso la Mecca. Discreto e minimalista.
- La posizione: Sospesa letteralmente sull'Oceano Atlantico, per dare forma al versetto coranico "Il trono di Dio fu costruito sull'acqua". Nei giorni di tempesta, l'effetto mistico (e l'umidità) sono garantiti.
- La tecnologia: Tetto apribile degno di uno stadio moderno e pavimenti riscaldati, perché la spiritualità è importante, ma i geloni ai piedi anche no.
- I materiali: Cemento anti-corrosione, porte in titanio, cedro dell'Atlante, marmo di Agadir, con due sole eccezioni esotiche: lampadari di Murano e marmo di Carrara per il pulpito.
La ciliegina sulla torta è il finanziamento: un'opera da oltre 500 milioni di dollari dell'epoca, pagata non solo dallo Stato, ma tramite una "sottoscrizione nazionale". In pratica, dal ricco magnate al contadino, tutti hanno messo mano al portafoglio in cambio di un bel certificato di partecipazione. Un vero trionfo di orgoglio collettivo (e di ottime strategie di raccolta fondi).
Per il resto, se me lo chiedete, Casablanca si potrebbe tranquillamente non visitare.
La tanto decantata "Corniche", il lungomare, è un trionfo incontrastato di cemento armato, privo persino del conforto di un chioschetto. La Medina, poi, è un capitolo a parte. A confronto, le vie intorno alla Stazione Termini di Roma sembrano i giardini di Versailles. Mentre cercavamo un posto dove mangiare durante l'ora della preghiera, ci siamo accorti che le donne erano improvvisamente evaporate. Siamo rimasti solo noi, circondati da sguardi non propriamente accoglienti in vicoli fatiscenti che sembravano catapultati dai mercati dell'Africa sub-sahariana più profonda.
Persino la mia compagna, decisamente meno schizzinosa del sottoscritto, a un certo punto ha alzato bandiera bianca di fronte alla sporcizia e al degrado, implorandomi di battere in ritirata. Il resto della città? Non pervenuto. Solo caos, polvere e palazzi che si reggono in piedi per scommessa.
Forse siamo noi, ma finora questo Marocco sta mettendo a dura prova il nostro proverbiale entusiasmo.
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