Rabat
Oggi abbiamo visitato Rabat. Molti viaggiatori la snobbano, trattandola come un mero scalo tecnico o un male necessario, convinti che sia la classica capitale amministrativa: noiosa, grigia e priva di anima. E invece, sorpresa. Rabat è forse l'unica città marocchina dove puoi attraversare la strada senza dover fare testamento prima di scendere dal marciapiede.
È incredibilmente verde, ordinata, molto pulita a parte qualche zona della Medina, quasi "svizzera" se paragonata al delirio psichedelico di Casablanca o alla frenesia commerciale di Marrakech. Non a caso, nel 2012 l'UNESCO, in un attacco di generosità, ha deciso di proteggere tutto: sia la parte storica che quella moderna costruita dai francesi. Il risultato è un bizzarro cortocircuito temporale: vedi passare tram ultramoderni che spaccano il secondo accanto a mura medievali di argilla pressata. È la prova vivente che questa città sta cercando di tenersi in equilibrio tra un passato ingombrante e la voglia di non restare indietro.
La nostra prima sosta è stata al complesso della Torre di Hassan. Appena arrivati, l'occhio cade inevitabilmente sulle proporzioni: c'è qualcosa che non va. La torre sembra un moncone tozzo circondato da una foresta di colonne mozze. Non è un'audace scelta stilistica d'avanguardia, ma il risultato della megalomania del sultano Yacoub al-Mansour. Voleva la moschea più grande del mondo, ma alla sua morte, nel 1199, gli operai hanno saggiamente mollato piccone e pala, lasciando ai posteri un cantiere medievale mai chiuso.
Proprio lì accanto, per contrasto, sorge il Mausoleo di Mohammed V. Molti credono sia antico, invece è stato finito nel 1971. Per costruirlo hanno precettato quattrocento dei migliori artigiani del regno e li hanno fatti lavorare per dieci anni di fila (speriamo con gli straordinari pagati). Il risultato è un tripudio di marmo di Carrara, legno di cedro intagliato e foglie d'oro che vi faranno girare la testa. L'atmosfera all'interno è resa surreale da un dettaglio: un lettore del Corano in carne ed ossa siede accanto alle tombe e recita versetti ventiquattro ore su ventiquattro, dandosi il cambio con altri imam. Un sottofondo ipnotico che accompagna i turisti mentre guardano giù dalla balconata, dato che – miracolo – questo è uno dei pochi luoghi sacri accessibili anche a noi "infedeli".
Successivamente ci siamo persi nella Kasbah degli Oudaia. Entrando, si ha la netta sensazione di aver sbagliato nazione: via l'ocra marocchino, benvenuto bianco e blu accecante. Sembra un villaggio greco o andaluso, e infatti fu costruita dai rifugiati cacciati dalla Spagna, che portarono qui il loro gusto estetico e la voglia di brezza marina.
Non potevo chiudere senza il consueto angolo del "disagio". Il folklore locale include macellerie dove i polli vivi starnazzano beatamente sotto ai loro compagni già spennati e pronti per la pentola — il concetto di "filiera corta" qui è preso molto alla lettera. Poco distante, un signore puliva sarde gettando gli scarti direttamente a terra, per la gioia di una colonia felina che fungeva da efficientissimo servizio di nettezza urbana.
Eppure, nonostante tutto, oggi il bilancio è positivo. Abbiamo ricevuto diverse gentilezze gratuite, gesti semplici che, dopo le esperienze dei giorni scorsi, ci hanno riconciliato con l'umanità. Rabat, dopotutto, sa come farsi perdonare.
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