Sulla strada per l’Islanda (parte 1)

Mancano poche centinaia di km, un paio di giorni, prima che la rampa della Norröna si abbassi nel porto danese di Hirtshals per inghiottire noi e Bartolo, il nostro van autocostruito. Davanti a noi si prospettano settantadue ore di navigazione, una sorta di limbo galleggiante che ci separerà dal mondo conosciuto per depositarci tra i fiordi di Seyðisfjörður.

Questo appuntamento con l'Islanda non è un semplice scalo, ma il culmine di un sogno nato nell'estate del 2023, quando abbiamo deciso di scardinare le certezze della vita per abbracciare l'incertezza della strada. Ogni chilometro macinato da quell’ottobre 2024, quando abbiamo ufficialmente mollato gli ormeggi, è stato un tassello posato con cura per arrivare qui, in questa strana primavera del 2026, puntuali all'appuntamento con quest’isola remota. Non avevamo certezze granitiche sulla fattibilità di includere l'Islanda e le Faroe nel nostro itinerario, ma abbiamo saggiamente scelto di lasciare la porta aperta all'imprevisto e alla meraviglia.

Il viaggio che ci ha condotti fin qui è un arazzo di esperienze durato un anno e mezzo, un pellegrinaggio lento che ci ha visti cullati dalle onde delle spiagge sarde, intimiditi dalla maestosità dei templi di Agrigento e incantati dal candore dei trulli pugliesi.

Abbiamo camminato tra i Sassi di Matera, un luogo che custodiamo gelosamente nel cuore, e ci siamo persi tra i borghi medievali delle Marche, autentici gioielli italiani troppo spesso trascurati dai circuiti più battuti. Poi il confine si è fatto più labile e la Germania ci ha accolti lungo la Romantische Straße, prima di un richiamo nostalgico verso le nostre Alpi. Lì, tra le Dolomiti delle Tre Cime di Lavaredo e l'etereo Colle del Nivolet in Piemonte, abbiamo perso il conto dei sentieri battuti, concedendoci persino un inchino alla nobiltà architettonica della Reggia di Venaria Reale.

Da quel momento, l'Italia è diventata un ricordo nello specchietto retrovisore. Non avevamo una mappa rigida, ma un'idea romantica e un po' folle: risalire l'intera costa europea, partendo dal caldo abbraccio del Sud per arrivate fino a Capo Nord. L'autunno ci ha sorpresi tra le vette dei Pirenei, dove abbiamo cercato il foliage perfetto tra Andorra, Francia e Spagna. Luoghi come l'Estany de Tristaina in Andorra e il Cirque de Gavarnie in Francia sono rimasti impressi nella nostra memoria come quadri d'autore. Siamo poi tornati a lambire il mare in Spagna, lasciandoci sedurre dalle linee futuristiche di Calatrava a Valencia e dal calore avvolgente dell'Andalusia. Il piano originale ci voleva in Marocco per Natale, ma la vita on the road insegna rapidamente che i piani sono scritti sulla sabbia e così abbiamo festeggiato il nuovo anno prima di varcare lo stretto.

L’esperienza marocchina è stata la nostra vera scuola di sopravvivenza e organizzazione. Abbiamo imparato a costruire itinerari che fossero un equilibrio perfetto tra il desiderio di non perdere nulla e la necessità di gestire gli innumerevoli imprevisti che Bartolo e la strada ci mettevano davanti. Di quel Paese, dove abbiamo percorso oltre seimila chilometri, è quasi impossibile citare solo due tappe senza fare un torto alla bellezza selvaggia di Fes o alla vivacità di molti altri centri, ma Merzouga ed Essaouira restano le nostre bussole emotive. Siamo rientrati in Spagna ai primi di marzo, consapevoli di avere solo due mesi per risalire l'Europa. La nostra idea di seguire meticolosamente ogni insenatura della costa è svanita di fronte alla realtà del tempo, costringendoci a scelte dolorose. Abbiamo dedicato giorni indimenticabili all'Algarve e a Lisbona, ma poi abbiamo dovuto premere sull'acceleratore, promettendo a noi stessi di tornare un giorno per esplorare con la dovuta calma la Galizia, la Bretagna e il Belgio. Dopo un rapido passaggio tra i tulipani olandesi, abbiamo rallentato il ritmo in Germania, consapevoli che Bartolo avesse bisogno di cure e preparativi speciali per affrontare la terra del ghiaccio e del fuoco.

Oggi mancano appena cinquecento chilometri al porto e la tensione è un rumore di fondo che non ci abbandona. Abbiamo già attraversato tredici nazioni e ogni confine porta con sé quel misto di euforia e smarrimento. Ci si abitua ai ritmi di un luogo, si impara persino a riconoscere l'insegna del supermercato più conveniente ricostruendo una piccola, fragile comfort zone, e poi d’un tratto bisogna resettare tutto. Se il Marocco ci aveva spaventato per l'ignoto, l'Islanda ci intimidisce per la sua forza primordiale. Il meteo che può essere estremo anche in questa stagione, la distanza siderale da quella terraferma europea che ormai sentiamo casa e la fama di estrema precisione, quasi rigidità, del popolo islandese verso i forestieri mettono a dura prova la nostra sicurezza. Sappiamo che i costi saranno proibitivi e che questi quarantacinque giorni rappresentano probabilmente un'occasione unica, irripetibile, che non ammette errori o rimpianti. Ma tra un dubbio e l'altro, guardo Catia e sorrido, ricordandole che se siamo sopravvissuti indenni ai misteri dell'igiene alimentare marocchina, l'Islanda non potrà che essere una magnifica, gelida passeggiata.


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