La danza degli Inferni: cronache di vento e granito tra i fari bretoni

Siamo finalmente approdati in Bretagna. Dico finalmente con il sospiro di chi ha inseguito questa regione per anni, sempre sfiorandola di sfuggita. Anche questa volta il tempo è un tiranno spietato: i ritardi accumulati lungo la rotta verso l'Islanda ci costringono a una visita breve, un assaggio intenso che deve bastare a placare una sete antica. Visiteremo alcuni piccoli borghi e poi ci destregferemo tra le pieghe di una costa che ospita la più alta concentrazione di fari del pianeta. Ottantadue guardiani di prim’ordine sorvegliano questo lembo di Francia, rappresentando da soli oltre un terzo dell'intera dotazione nazionale. Per i bretoni, queste sentinelle non sono semplici strumenti nautici, ma “creature” classificate con una poetica gerarchia che riflette il rigore della fede e la brutalità del mare. Esistono gli Inferni, costruiti in mare aperto e isolati dalle onde; i Purgatori, che sorgono su isole battute dai venti; e infine i Paradisi, fortunati fari situati sulla terraferma, dove i guardiani potevano ancora sentire l'odore della terra e il calore di una casa.

Lungo la costa si srotola una costellazione di giganti imperdibili, ognuno con la propria anima. Il Phare d’Eckmühl a Penmarc’h è un capolavoro ottocentesco che nasconde un segreto di rara eleganza: pareti rivestite di opaline del Louvre e una scala a chiocciola che sembra disegnata per la pura gioia dei fotografi, offrendo dall’alto dei suoi sessantacinque metri una vista che toglie il fiato sulla Cornovaglia francese. Poco più avanti, il Phare de l’Île Vierge si erge come il colosso in pietra più alto d’Europa, con i suoi ottantadue metri di granito grigio che celano un interno quasi mistico, rivestito da dodicimilacinquecento piastrelle di vetro opale per combattere l’umidità incessante. 

Chi ha il coraggio di affrontare i suoi trecentosessantacinque scalini compie una vera ascesa verso la luce. Sull’isola di Ouessant, l’avamposto più occidentale della regione, svetta Le Stiff, costruito dal genio di Vauban nel 1695, una delle sentinelle più antiche ancora in attività in un paesaggio di una potenza selvaggia. E ancora, si incontra il contrasto quasi sacro della Pointe de Saint-Mathieu, dove un faro moderno sorge accanto alle rovine di un’antica abbazia benedettina, unendo il misticismo dei monaci a quello dell’oceano. Infine, per gli amanti dell’estetica pura, c’è il Phare du Petit Minou, un gioiello scenografico collegato alla terra da un ponte di pietra curvo che sembra condurre direttamente dentro una fiaba nordica all’ingresso della rada di Brest.

Non potendo inchinarci a ogni colonna di luce, abbiamo scelto di rendere omaggio al Phare de la Vieille, abbinando la visita a un trekking lungo la superba costa della Pointe du Raz. Il "Faro della Vecchia" è un’icona di resistenza situata nello stretto del Raz de Sein, un tratto di mare talmente letale che la sua torre quadrangolare e massiccia non è un vezzo estetico, ma una necessità per spezzare l'urto di onde capaci di scavalcare persino la lanterna. Appartiene di diritto agli Inferni. La sua costruzione, avvenuta tra il 1882 e il 1887, fu un’impresa titanica: gli operai riuscivano a sbarcare sullo scoglio Gorlebella solo pochissimi giorni all’anno, sfidando correnti che non concedono errori. 

Con la sua merlatura che lo fa somigliare a un maniero medievale alla deriva, La Vieille è stato per decenni il palcoscenico di vite estreme. Poiché le imbarcazioni non potevano attraccare, il cambio dei guardiani avveniva tramite il ballon, una sorta di teleferica rudimentale che faceva oscillare gli uomini sopra l’abisso tra il ponte della nave e la torre. Durante le tempeste invernali, il turno diventava un sequestro: le onde facevano tremare il granito e i guardiani restavano bloccati per settimane, sospesi in un mondo d'acqua e solitudine. Dal 1995 il faro è automatizzato e la sua luce, con una portata di diciotto miglia nautiche, continua a proiettare settori bianchi, rossi e verdi per guidare i naviganti lontano dalle secche mortali del Raz de Sein, svettando per ventisette metri sopra il livello del mare.

Per esplorare questo angolo di mondo abbiamo calpestato il granito della Pointe du Raz, seguendo il celebre GR34, il sentiero dei doganieri che disegna il profilo dell’intera Bretagna. È un percorso che richiede gambe e attenzione: i saliscendi sono continui e il vento è un compagno di viaggio insistente lungo il sentiero molto spesso esposto all’Atlantico. Ma il paesaggio è un compenso impagabile. Una terra selvaggia che in questa stagione si tinge interamente di un giallo vibrante grazie alla fioritura delle ginestre. Camminare sospesi tra il mare e la terra, osservando da lontano la sagoma dell'Inferno che resiste all'Atlantico, ci ricorda perché abbiamo scelto questa vita nomade a bordo del nostro van: per trovarci, finalmente, esattamente dove l'Europa finisce e inizia l'infinito.



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