ISLANDA - oltre il mito: 4700 km a bordo del nostro van tra pecore ribelli e muschi intoccabili


Il sipario è calato sul nostro giro dell'Islanda e, come impone il buon codice del viaggiatore, è tempo di tirare le somme mentre i ricordi sono ancora vividi e impressi nella mente. Prima di addentrarci nelle riflessioni, però, è doveroso tracciare le coordinate della nostra avventura per dare il giusto contesto a ciò che seguirà. Abbiamo vissuto questa terra per un mese intero, da inizio maggio ai primi di giugno, una scelta dettata da un’ottima combinazione di tariffe del traghetto che ci ha permesso di alleggerire notevolmente il budget. Per i pernottamenti ci siamo affidati il più possibile alla Camping Card, una tessera a quota fissa iniziale che garantisce l'accesso a una rete di strutture. Se da un lato questa formula ha strizzato l'occhio al portafoglio, dall'altro ha imposto una certa rigidità all'itinerario, vincolandoci ad alcune tappe forzate per la notte; senza contare che, a maggio inoltrato, molte delle strutture aderenti erano ancora ostinatamente chiuse. Certo, muovendosi ancora prima, magari ad aprile, il risparmio sul traghetto sarebbe stato superiore, ma lo scotto da pagare sarebbe stato ben più alto: una sfilza di campeggi serrati e, soprattutto, una viabilità compromessa dalle ultime morse dell'inverno, specialmente nel Nord. Diventa quindi fondamentale mettere sui piatti della bilancia i propri luoghi del cuore e verificare la reale accessibilità stradale e logistica delle zone scelte. Nel nostro caso, non disponendo di un mezzo a quattro ruote motrici, l'esplorazione delle Highlands interne era comunque fuori discussione, ma la natura ha scelto per noi in ogni caso, dato che il quattro di giugno la quasi totalità delle piste F, dove il 4x4 è obbligatorio per legge, risultava ancora sbarrata. Alla fine, il contachilometri di Bartolo ha registrato circa 4700 chilometri, accumulati seguendo un ideale anello in senso orario dal porto di Seyðisfjörður, l'approdo del traghetto dalla Danimarca. Noi ci siamo mantenuti il più possibile vicini alla linea costiera, ovvero la porzione d'Islanda più battuta dalle rotte turistiche e servita dalle infrastrutture teoricamente migliori, ma non abbiamo disdegnato qualche puntata verso l’interno, quanto permesso dalle strade, o lungo i fiordi più remoti.

La nostra Islanda in cifre:

• 29 giorni di viaggio (escluso traghetto).

• 4700 km percorsi - 163km di media al giorno.

• 20 città e borghi visitati.

• 70 meraviglie naturali tra cascate, crateri, zone termali, spiagge, etc.visti

• 21 siti di interesse culturale visitati tra musei, monumenti e chiese.

• 2 trekking fatti. Quasi tutte le attrazioni naturalistiche avevano un comodo parcheggio vicino.

Il primo verdetto è indiscutibile: dal punto di vista naturalistico questo paese è un capolavoro assoluto, una perla che si colloca di diritto sul podio dei luoghi più straordinari visitati finora. Se la vostra anima si nutre di paesaggi primordiali, l'Islanda vi lascerà senza fiato. Se, al contrario, la vostra bussola interiore punta verso fermenti artistici, mostre storiche, architettura o vibrante vita mondana da metropoli, fareste bene a cambiare rotta, poiché qui non troverete pane per i vostri denti.

La seconda riflessione scardina un cliché consolidato: l'Islanda non è quell'inferno estremo, selvaggio e ai confini della civiltà che la narrazione epica dei social ama dipingere, a patto ovviamente di escludere i rigori dell'inverno. È innegabile che il meteo lunatico, le piste sterrate delle aree più remote e le sconfinate distanze desertiche contribuiscano a mantenere intatta quell'aura "wild" nell'immaginario collettivo, ma la realtà quotidiana è ben più confortevole. Anche nell'insediamento più isolato, la popolazione locale padroneggia un inglese impeccabile, azzerando qualsiasi barriera linguistica. La moneta fisica è un retaggio del passato: le carte di credito sono accettate ovunque, tanto che non abbiamo mai dovuto cambiare un solo euro in corone locali. Inoltre, la totalità delle attrazioni principali e la quasi tutte quelle secondarie sono servite da comodi parcheggi dedicati, situati a breve distanza dalle arterie stradali principali. Molte di queste aree di sosta sono gestite tramite app o siti web e non si limitano a offrire un parcheggio a pochi passi dalla meraviglia di turno, ma garantiscono servizi igienici puliti, acqua calda e persino piccoli chioschi di ristoro. La sacra missione locale di preservare l'ambiente ha finito però per azzerare qualsiasi brivido dell'esplorazione: dal parcheggio si snoda immancabilmente un sentiero perfettamente tracciato e spesso persino pavimentato, quasi a voler scongiurare il rischio che il turista urbano possa faticare o scivolare. Questo livello di accessibilità si traduce, inevitabilmente, in una presenza umana costante. Durante il nostro soggiorno primaverile non abbiamo mai sofferto per code o aree di sosta piene, ma il pensiero di cosa possano diventare questi luoghi nei mesi di alta stagione, tra luglio e agosto, desta una certa apprensione. A completare il quadro di questa finta wilderness vi è la rassicurante presenza di una stazione di servizio in quasi tutti i villaggi attraversati: restare a secco richiede un impegno e una distrazione davvero fuori dal comune.

La terza riflessione ha un sapore un po’ amaro. Il rovescio della medaglia di questa super-organizzazione si palesa nella gestione dei pernottamenti in camper, ed è un vero peccato che viga il divieto assoluto di sosta libera, costringendo i viaggiatori a usufruire esclusivamente dei campeggi ufficiali. Strutture che, per lo meno in base alla nostra esperienza, nella maggior parte dei casi non offrivano servizi minimamente proporzionati alle tariffe richieste.

La quarta considerazione è purtroppo una conferma. L'Islanda è un paese decisamente oneroso, con il cibo a fare la parte del leone nel bilancio familiare. Se le tariffe dei campeggi e i prezzi del carburante si allineano alla media europea, anzi, durante il nostro passaggio il gasolio era persino più economico rispetto alle ultime nazioni visitate sul continente, la spesa alimentare si è rivelata una nota dolente. Persino tra gli scaffali dei discount i prezzi risultano spropositati per i nostri standard, mentre la ristorazione classica si colloca direttamente nella fascia dell'inavvicinabile.

La quinta riflessione è forse un'ovvietà. Uno sguardo ravvicinato allo stile di vita dei residenti svela dinamiche demografiche quasi surreali. Parliamo di appena 350.000 anime, di cui ben 150.000 concentrate nell'area urbana di Reykjavik e cittadine limitrofe, l'equivalente di un singolo quartiere romano. I restanti 200.000 abitanti si disperdono in un territorio vasto quanto un terzo dell'Italia. Per capire le proporzioni, la città più popolosa al di fuori del distretto della capitale conta appena 20.000 residenti, una dimensione che in qualunque altra nazione europea definiremmo un modesto paese di provincia. Eppure, ogni minuscolo agglomerato urbano vanta il suo campo da golf, un'area giochi per i bambini, un centro sportivo dotato di campi da calcio e una piscina, spesso all'aperto e completa di scivoli. Elemento immancabile e fulcro della socialità sono le pozze d'acqua calda termale. Ci è capitato persino di imbatterci in sale cinematografiche con pellicole di ultima visione in cartellone all'interno di villaggi che non superavano i 1500 abitanti. Frequenti sono anche i maneggi, testimonianza dell'autentica venerazione che gli islandesi nutrono per i loro iconici cavalli. Per il resto, il paesaggio è punteggiato da solitarie fattorie immerse nel nulla, distanti anche trenta chilometri dal primo vicino di casa.

La sesta considerazione è una gioia. In questo scenario demograficamente rado, i veri padroni dell'isola sono indubbiamente gli animali. Pecore e cavalli dominano la scena, liberi di pascolare in latifondi senza confini. Le pecore, in particolare, mostrano un'assoluta noncuranza per le recinzioni che dovrebbero contenerle, colonizzando i cigli stradali con sovrana anarchia. Anche l'avifauna è straordinariamente ricca per varietà e numero, un autentico eden per gli appassionati di birdwatching. Di contro, l'elemento arboreo è quasi non pervenuto. Una penuria dovuta in gran parte alle immense distese laviche dove persino muschi e licheni faticano a attecchire. A tal proposito, il muschio che colonizza la lava impiega decenni per crescere e il semplice calpestio può lasciare un'impronta visibile per oltre dieci anni prima che il tessuto vegetale si rigeneri. Questa estrema vulnerabilità ha generato negli islandesi una vera e propria ossessione ecologica, che si traduce in una fitta rete di divieti che, paradossalmente, limita la possibilità di vivere la natura in piena libertà. Fanno eccezione rare oasi verdi come le aree di Akureyri o del lago Lagarfljót, dove la presenza di alberi si fa più densa, sebbene l'impressione sia quella di boschi interamente riforestati dall'uomo piuttosto che di crescite spontanee.

Infine, il capitolo clima e viabilità merita una menzione d'onore per la sua estrema volubilità. Nel volgere di pochi chilometri o di una manciata di minuti si può passare senza soluzione di continuità da una fitta nevicata a un sole splendente, per poi sprofondare in una nebbia impenetrabile. Un celebre aforisma locale che recita: "Se il tempo è brutto non ti preoccupare, tra cinque minuti potrebbe peggiorare", non potrebbe essere più veritiero. Questo dinamismo meteorologico ha rappresentato la nostra unica vera fonte di apprensione durante il viaggio. Non tanto per la gestione del traffico in sé, che data la scarsità di veicoli permette di procedere a andature ridottissime senza arrecare disturbo, quanto per le ripercussioni sullo stato del manto stradale. Specialmente nella remota regione dei Fiordi Occidentali e nel Settentrione, molte vie di comunicazione non conoscono l'asfalto, e quelle che lo prevedono tendono a interrompersi bruscamente mutando in piste sterrate senza alcun preavviso, con buona pace soprattutti dei motociclisti. Queste piste di terra battuta, che spesso costituiscono l'unico cordone ombelicale tra due comunità vicine, versano frequentemente in condizioni precarie, martoriate da profonde buche e dalla micidiale tôle ondulée, una conformazione ondulata del terreno altamente logorante per la meccanica dei veicoli. A ciò si aggiunge il fatto che la quasi totalità delle strade islandesi, asfaltate o meno, è completamente priva di guardrail o qualsiasi altro tipo di barriera protettiva laterale, correndo spesso su piani molto rialzati rispetto al naturale livello del terreno o sono sospese su creste esposte lungo i fiordi o i crinali delle montagne. Trovarsi ad affrontare queste tratte sotto piogge battenti o investiti dalle celebri raffiche di vento del nord, al volante di un mezzo dalla sagoma alta e importante come il nostro Vav, ha regalato più di un momento di autentica tensione.

Questa panoramica, insieme ai resoconti dettagliati che compongono il nostro diario di bordo su questa terra magnifica, nasce con l'auspicio di offrire una guida trasparente e priva di filtri a chiunque decida di puntare la prua verso l'isola di ghiaccio e di fuoco.


Nota bene: Questa è la nostra verità filtrata dal parabrezza di un van, non ha la pretesa di essere una verità assoluta. Si consiglia sempre di verificare con altre fonti quanto riportato sul nostro blog.

P.S. Le immagini nel post sono foto originali scattate da noi durante il nostro viaggio. Ogni utilizzo è assolutamente vietato se non dietro espresso consenso dell’autore.  

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